Sulle origini di Galvanic Works: una lettera del fondatore
Di recente ci è arrivata una domanda sull’origine del nostro nome. Invece di spiegarlo noi, ci è parso giusto condividere questa lettera del nostro fondatore, scritta dal suo rifugio sull’isola.

⚓ ✦ ⚓
Dall’isola di [Omissis], nelle acque del Mediterraneo
A chi si interroga sul nome di questa impresa
Caro lettore,
sono venuto a sapere che alcuni spiriti curiosi si sono chiesti da dove venga il nome Galvanic Works. Cercherò di soddisfare questa curiosità, ma prima devo parlare di cose insieme antiche ed eterne.
Fin dalle prime epoche dell’umanità, da quando i Fenici osarono per primi perdere di vista la terraferma, chi va per mare ha cercato di perfezionare l’arte della navigazione: rendere più sicura la traversata dell’abisso e fare ritorno, ancora una volta, al focolare e alla propria casa. Ogni nodo annodato, ogni stella tracciata sulla carta, ogni strumento concepito è nato da una sola aspirazione: che chi si avventura sulle acque viva per poterlo raccontare.
Nessuna innovazione, per quanto moderna nella sua concezione, può mettere radici senza comprendere l’opera delle menti brillanti che ci hanno preceduto. L’astrolabio, la bussola, il cronometro: ciascuno fu un tempo ritenuto impossibile, finché un genio solitario non dimostrò il contrario. Spesso a quegli inventori mancarono i mezzi per dar piena forma alle loro visioni. Eppure essi compresero una verità che trascende ogni epoca: che per liberare il mondo dai confini, dalle guerre, dalle meschine divisioni delle nazioni, gli uomini devono incontrarsi sulla vasta distesa che circonda tutte le terre emerse. Devono viaggiare. Devono conoscersi l’un l’altro.
È questa consapevolezza il filo comune che lega avventurieri e inventori attraverso i secoli. Abbattere le barriere umane. Lasciare che uomini e donne vivano fino in fondo il loro breve tempo su questa Terra.
— ✦ —
Ti confesso ora una singolare simpatia che nutro per un certo capitano Nemo, quell’enigmatico comandante del Nautilus le cui imprese furono narrate anni or sono dal buon professor Aronnax. Come quell’uomo straordinario, mi sono ritirato dalle vicende delle nazioni per abitare una piccola isola, il cui luogo resterà ignoto. Come lui, navigo a lungo sul mare, dopo aver dedicato molti anni alle scienze naturali e alla costruzione di servitori meccanici — robot, come oggi li chiamano — impiegati nello sviluppo di medicine a beneficio dell’umanità.
Eppure mi sono trovato a un bivio che, sospetto, lo stesso capitano Nemo avrebbe riconosciuto. In quest’epoca la nostra intelligenza umana rischia non già di essere accresciuta, ma sommersa da altre forme di intelligenza: creazioni delle nostre stesse mani che dobbiamo imparare a dominare, così come il capitano e i suoi coraggiosi compagni affrontarono le creature mostruose degli abissi. Il calamaro gigante che assalì il Nautilus era pur sempre una bestia di natura; i leviatani dei nostri tempi sono opera nostra, e proprio per questo ben più insidiosi.
Fu questa consapevolezza a spingermi a cercare una via più semplice. Decisi di vivere con sobrietà, di sfruttare non il lavoro cieco delle macchine ma la mia immaginazione e la mia creatività: quelle facoltà che restano, ne sono convinto, l’unico dominio dell’anima umana. Eppure non fuggo da queste nuove forze; ho scelto piuttosto di domarle. Come il capitano Nemo asserviva l’elettricità stessa del mare per spingere la sua imbarcazione, così io domino la potenza dell’intelligenza artificiale, guidandola nella giusta direzione sotto l’imperativo della mia umile mente umana, a beneficio di altri naviganti. La bestia serve l’uomo, non il contrario.
Una carriera negli affari e nella tecnologia mi aveva procurato certi mezzi; decisi di impiegarli per migliorare la vita di chi va per mare, poiché non vi è espressione più pura dell’ingegno umano di un’imbarcazione sull’acqua, dove un uomo deve affidarsi al proprio acume, al proprio coraggio e all’onesto lavoro delle proprie mani.
— ✦ —
È dunque inevitabile — anzi, è mio solenne dovere — rendere onore al genio del capitano Nemo e del suo straordinario equipaggio. Le loro Galvanic Works — quei meravigliosi sistemi elettrici che spingevano il Nautilus attraverso profondità che nessun uomo aveva osato esplorare — fecero sognare generazioni di naviganti. Anticiparono tecnologie che sarebbero giunte solo decenni più tardi. Il motore elettrico. L’imbarcazione sommergibile. Lo sfruttamento delle stesse risorse dell’oceano per ricavarne energia e sostentamento.
È a questo che aspiriamo: aprire la strada. Sognare ciò che la navigazione potrebbe diventare, e poi costruirlo. Onorare chi ci ha preceduto portandone la fiaccola in acque ancora inesplorate.
Il nome Galvanic Works è dunque insieme omaggio e dichiarazione. Un omaggio al genio immaginario che ci ha mostrato cosa coraggio e scienza possano realizzare insieme. Una dichiarazione che ci sforzeremo di meritare un’eredità tanto nobile.
Non è forse un caso che la parola stessa galvanico — scelta da Monsieur Verne per le opere elettriche del capitano Nemo — renda onore a Luigi Galvani di Bologna, il fisico che per primo dimostrò come elettricità e vita siano inseparabili. Ogni marinaio conosce la sua eredità sotto altri nomi: l’isolamento galvanico, che protegge le nostre imbarcazioni, e la corrosione galvanica, che le minaccia.
Resto, con la più alta stima per la tua curiosità e la tua passione per il mare,
il tuo umile servitore,
P.Z.
Galvanic Works
Postscriptum: Se qualche lettore dovesse dubitare della saggezza di trarre ispirazione da un’opera di fantasia, gli ricorderei che ogni grande conquista fu un tempo soltanto immaginata. Il Nautilus navigò prima nella mente di Monsieur Verne, poi nei sogni di innumerevoli ingegneri e infine — in forme che egli avrebbe a stento potuto concepire — sotto le onde di ogni oceano. La fantasia non è che verità non ancora avvenuta.
⚓ ✦ ⚓





Leave a Reply